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Come parlare il balenese. Il futuro della comunicazione animale - Dispaccio #13

Introduzione #

Un libro clamoroso, regalatomi a Natale su richiesta, ma che se non avessi visto questo video probabilmente avrei tardato ancora a leggere. Tra l’altro, ben si sposa con questo incontro che ho seguito alla Biennale della Teconologia.
Il libro è una bellissima ricognizione sul mondo dei cetacei: partendo da un incontro tanto eccitante quanto rischioso, l’autore, biologo e documentarista, ha iniziato a sviluppare un’ossessione alla capitano Achab nei confronti delle balene e del senso dei loro salti fuori dall’acqua ai quali nessuno ancora sa dare una spiegazione del loro significato.

I cetacei e gli odontoceti (balene, capodogli, delfini, orche…) hanno una lingua, dei dialetti, dei fischi distintivi per chiamarsi per nome, e, ultima scoperta per quanto riguarda i capodogli, producono delle vocali in maniera molto simile a noi. Durante l’incontro alla Biennale Giovanni Petri, fisico dei sistemi complessi che partecipa al progetto CETI, ha spiegato come, dando in pasto all’intelligenza artificiale una mole di suoni, canzoni e conversazioni tra balene, i ricercatori sono riusciti a riprodurre delle code - così si chiamano le sequenze sonore dei cetacei - in qualche modo sensate e che hanno ricevuto una risposta. Unico problema non indifferente e che rende chiara la difficoltà di tutto questo processo - e del processo linguistico in generale - è che il significato di quanto è stato prodotto è assolutamente sconosciuto agli umani: come se chiunque di noi avesse imparato quattro o cinque parole in una lingua sconosciuta e le dicesse a una platea di parlanti quella lingua.

Ma perché il significato resta così oscuro? Perché in linguistica la parte fonetica è solo la buccia della lingua e il significato è il frutto, quindi più profondo. Questa profondità è la conoscenza del mondo cetaceo, cioè il contesto, l’ambiente, l’umwelt nel quale i grandi mammiferi marini vivono e di cui noi non possiamo avere esperienza. Non è soltanto un problema di traduzione, di rendere paragonibili le esperienze tra un uomo americano e un indiano per esempio, è una questione che riguarda la percezione sensoriale che l’uomo e gli animali hanno completamente diversa. Nel 2024 Un mondo immenso. Come i sensi degli animali rivelano i regni nascosti intorno a noi di Ed Yong che racconta minuziosamente proprio questo aspetto che è importante capire se il desiderio è veramente avere uno scambio con gli animali.

Dopo tanta innovazione, biologia e riflessioni, alla fine del libro resta un’ultima domanda aperta: siamo pronti ad ascoltare quello che il regno animale ha da dirci (sempre ammesso che abbia intezione di dirci qualcosa)?

Capitolo 3 #

Pagina 70-71 #

Di recente, alcuni studi hanno scoperto che i cavalli riescono a percepire il battito cardiaco di chi li monta attraverso la pelle e che reagiscono al nervosismo: la frequenza cardiaca e il livello di stress dell’animale aumentano o diminuiscono in parallelo a quelli di chi gli sta in groppa.

Capitolo 5 #

Pagina 123 #

Molti biologi definiscono l’intelligenza all’incirca come “la flessibilità mentale e comportamentale per cui un organismo riesce a risolvere problemi e inventarsi nuove soluzioni”. Negli esseri umani, la corteccia cerebrale, in collaborazione con altre parti del cervello (i gangli della base, il prosencefalo basale e il talamo dorsale), sembra essere la sede di questo tipo di “intelligenza”.

Pagina 125 #

Quello dell’intelligenza è un concetto sfuggente, forse impossibile da calcolare. Come ho già detto, molti biologi lo concepiscono come la capacità di un animale di risolvere problemi. Ma siccome animali diversi vivono in ambienti diversi con problemi diversi, non si può fare un confronto equo sulle loro capacità cognitive. Non si può pensare a un cervello come a qualcosa di “valido” o “non valido” in termini di pensiero, perché il giudizio varia a seconda della situazione e del tipo di concetti che si trova ad affrontare. L’intelligenza è soggetta a grande variabilità. A confondere ulteriormente le acque, i singoli animali all’interno di una stessa specie hanno capacità cognitive diverse. Per citare un ranger del Parco nazionale di Yosemite a cui era stato chiesto perché fosse tanto difficile costruire dei bidoni della spazzatura a prova di orso: “Non c’è poi tanta differenza tra gli orsi più intelligenti e i turisti più stupidi”.

Capitolo 6 #

Pagina 141 #

Se vi piace questo genere di cose, vi consiglio di fare qualche ricerca sul groviglio inestricabile di faide e dissidi che è il dialogo interdisciplinare su che cosa sia il linguaggio, perché ne abbiamo uno, da dove venga e perché esiste solo nell’uomo. Fortunatamente molte persone, afferenti a campi diversi, sembrano conoscere le risposte a tutte queste domande. Meno fortunatamente, sembrano aver trovato risposte molto diverse tra loro. È un inferno di pignolerie e dottrine altisonanti, un mondo di alti papaveri che sciorinano le loro descrizioni assolutiste di che cosa sia il linguaggio, se risieda nel nostro cervello e dove e perché i rivali abbiano torto marcio.

Pagina 144-145 #

Molti dei segnali umani sono tutt’altro che spettacolari, al pari dei nostri sensi. Seppur molto sensibili a determinate parti dello spettro luminoso, abbiamo una capacità visiva molto limitata, perché non siamo in grado di percepire onde luminose come gli infrarossi o i raggi ultravioletti. Le nostre orecchie non sono in grado di cogliere i brontolii sonori degli elefanti perché sono inferiori ai venti hertz, per cui attraversano i nostri corpi come le vibrazioni di terremoti lontani. Allo stesso modo, non sentiamo neanche i richiami dei pipistrelli e delle falene che svolazzano fuori dalle nostre finestre, di notte, perché superano i venti kilohertz. Le mucche hanno una gamma di frequenze udibili che è il doppio della nostra: di fatto, gli uomini vivono in una bolla acustica, sordi al vociare dei tarsi, ai richiami dei bradipi e persino ai complessi trilli dei topi maschi. È vero, possiamo sentire i ratti squittire, ma non quando sono felici, perché quando si emozionano, per esempio se gli si fa il solletico, il tono dei loro versi aumenta fino a diventare impercettibile all’orecchio umano. In sostanza, sentiamo solo i ratti tristi. La nostra pelle non è in grado di percepire cariche elettriche e non abbiamo sottili file di infossature sui fianchi per trasformare le variazioni causate dai movimenti di altri animali attorno a noi in informazioni. Nell’arsenale sensoriale di serpenti a sonagli, storni, elefanti, colibrì, squali martello, anguille elettriche e tonni c’è tutto questo e molto di più. Quando hanno bisogno di comunicare, possono usare suoni che noi non sentiamo, colori che non vediamo, odori che non siamo in grado di avvertire e forze che non possiamo percepire combinati con altri segnali. Su di noi, tutto questo non ha nessun effetto.

Pagina 152-153 #

Alcuni animali riescono addirittura a imitare i suoni prodotti da altre specie con un apparato vocale molto diverso dal loro, incluse le parole umane, anche se sono imparentati con noi solo alla lontana. Un’anatra australiana di nome Ripper aveva imparato a dire “You bloody fool!” [Tu, brutto idiota!]. L’elefante asiatico Koshik imparò a infilarsi la proboscide in bocca (un po’ come gli umani che si mettono le dita in bocca per fischiare) e a emettere parole coreane come “sì”, “no”, “siediti” o “sdraiati”. Hoover, un maschio di foca rimasto orfano da piccolo, si mise a imitare il rude accento del New England del suo salvatore, George Swallow, con grande stupore delle migliaia di visitatori dell’acquario di Boston che lo ospitava.

Capitolo 7 #

Pagina 177 #

Da lì, le cose si fecero ancora più interessanti. I delfini iniziarono a premere i simboli per cerchio e palla contemporaneamente, per giocare con entrambi insime. Al tempo stesso, si misero a emettere un nuovo tipo di fischio, che gli scienziati non riuscivano a riconoscere. Fu solo analizzando la forma dell’onda sonora sullo schermo di un computer, quindi tramite la rappresentazione grafica del suono, che capirono che il nuovo fischio era la combinazione dei suoni per cerchio e palla. “Cerchiopalla.” I delfini non avevano mai sentito i due suoni uniti, perché il computer li riproduceva con una pausa in mezzo. Per Diana fu una grande scoperta. I delfini avevano preso i suoi segnali, ne avevano appreso il significato, avevano imparato a ripeterli e poi li avevano combinati a crearne un terzo, di loro spontanea volontà. Le chiesi come si era sentita in quel momento. “Ero al settimo cielo” rispose “ma cercai di procedere con cautela.

Pagina 189 #

“Per me” ha detto “questa è scienza traslazionale”, una forma di ricerca scientifica che, partendo da ciò che sappiamo su un animale, influisce eticamente sul trattamento che gli riserviamo.

Capitolo 8 #

Pagina 207 #

I biologi possono essere considerati cacciatori di pattern che si concentrano sulla ricerca di forme e comportamenti ripetuti nel mondo delle creature viventi. Alle Mauritius mi occupavo proprio di quello, cioè di riconosere i pattern acustici degli uccelli rari in una giungla di insetti, rumori del vento e il mio stesso respiro.

Pagina 209 #

Configurate per distinguere specie diverse, le macchine erano in grado di evidenziare sottilissime differenze tra i singoli uccelli. Tramite AudioMoth, Pat aveva scoperto che i volatili che seguiva avevano accenti e dialetti diversi in luoghi diversi, che ognuno aveva la sua voce e che il loro canto variava a seconda della situazione.

Capitolo 9 #

Pagina 227 #

Pensai a come i suoni più forti emessi dalle balene tendano a essere prodotti dai maschi, ma che i gruppi sociali più collaborativi e duraturi, tra i cetacei, sono composti da femmine. Che conversazioni interessanti ci perdevamo, concentrandoci solo sulle grida? Il micologo Merlin Sheldrake ha spiegato quanto sia stata utile ai biologi la teoria queer, che rsplora modi non binari di considerare l’identità: “Iniziare ad analizzare un organismo senza la presunzione di sapere che cosa sia, se la natura stessa della sua essenza è dubbia, può portare a conisiderazioni molto interessanti.

Capitolo 10 #

Pagina 252 #

Tecnologi e amanti della natura, Britt e Aza si erano chiesti come usare l’IA per fare del bene. E se la usassimo per studiare le comunicazioni tra animali? Se si riuscisse a decifrarle, forse la gente potrebbe provare una maggiore affinità per le specie che stiamo eliminando a ritmi vertiginosi. Come tutti i giovani padroni dell’universo in una cultura dominata dalla rivoluzione e dall’innovazione e in cui, se si sbaglia, si riparte puntando ancora più in alto, i due non si erano iscritti a biologia per trovare risposta alle loro domande, ma avevano messo in piedi una startup non profit che lo facesse per loro.

Pagina 256 #

Ciò che Mikolov e i suoi colleghi hanno scoperto subito dopo è sconvolgente: le formule algebriche sono applicabili anche alla lingua! Britt e Aza me lo spiegarono più chiaramente: se si chiede al programma di prendere “re”, sottrarre “uomo” e aggiungere “donna”, la parola più vicina nella nuvola di punti, la risposta data è “regina”. L’algoritmo non sa cosa siano un re o una regina, ma “sa” che un re donna è una regina. Anche senza conoscere il significato di un linguaggio, lo si può mappare ed esplorare matematicamente.

Pagina 258-259 #

Per decenni, gli esseri umani hanno cercato di decifrare i sistemi di comunicazione animale cercando una specie di stele di Rosetta, una chiave che consentisse di decodificarli, una strada verso l’ignoto. Partendo dalle unità più piccole, dai vocalizzi più semplici o ovvi (come i segnali dall’allarme o i fischi identificativi) abbiamo cercato di individuare un segnale che potesse avere un significato preciso e tentato di ricollegarlo a un comportamento per decifrarlo. Non avevamo alternative, perché non avevamo idea del senso di tutti gli altri suoni emessi dagli animali, sempre che ne avessero uno. Eppure, adesso c’era quest’altro strumento computerizzato, la traduzione automatica non supervisionata, che riusciva a ottenere ottimi risultati pur senza conoscere il significato delle lingue umane che gli venivano date da tradurre. Britt e Aza non ebbero bisogno di uno strumento di traduzione automatica per interpretare la mia espressione nel sentirmi raccontare tutto questo: porca miseria. Quindi è un metodo che si potrebbe applicare anche agli animali? Si potrebbe provare a studiare i “linguaggi” animali mappando tutti i vocalizzi emessi da una certa specie fino a creare una galassia di versi e poi confrontare i pattern così riscontrati con quelli di altre specie? Sì, fu la risposta, l’idea era quella.

Capitolo 12 #

Pagina 328 #

Pensate a cosa potrebbe emergere da un progetto genoma sulla comunicazione animale. Il nostro modo di comunicare, al parti dei nostri geni, è il risultato di un’evoluzione: sottoposto alle stesse pressioni è probabile che abbia molto in comune con quello degli animali più strettamente imparentati con noi.